Caro Vasco, chi ti parla è stato tuo fan, se non dal primo, dal secondo album. E poi fan non è neppure la parola giusta, primo perché al tempo non si usava, secondo perché al tempo ero più propriamente fulminato per te. Ho amato visceralmente la tua musica e salutato l’ingresso prepotente e sgraziato del tuo rock nella noia della musica italiana; sono passato dalla sorpresa alla curiosità e ho sconfinato nell’entusiasmo, per te.
Negli anni ’80 venni al tuo concerto al campetto di calcio comunale di Pietra Ligure, saremo stati 2-300 (4 per la Questura, quindi) e mi fa sorridere pensarci adesso che, da calvo, riempi gli stadi.
Te lo riconosco, sei stato a lungo e meritatamente nel mio cuore. Mi hai fatto sorridere di gusto con “Colpa di Alfredo”, mi hai esaltato con “Asilo Republic”, mi hai emozionato con Albachiara; ti sei presentato a San Remo con “Vita spericolata” facendola entrare direttamente nella storia della canzone italiana; il tuo chitarrista ha portato la distorsione alle orecchie di questo Paese di neomelodici.
Insomma, fino a metà degli anni ’80 sei rimasto irriverente, vitale, sorprendente. Vivo.
Poi sei diventato un fenomeno di massa, e qualcosa in ispirazione hai perso. Ma pazienza, succede.
Però adesso hai rotto. Ritirati.
Sono anni –troppi anni- che hai perso smalto, che i tuoi album si ripetono senza un’impennata, un lampo, e che ripeti te stesso.
Non che siano interamente brutti. Qualcosa di brutto, certo, c’è: solo fra le più recenti quel cazzo di mi piaci te, ma come te lo devo dire? è così brutta che nel sentirla ho temuto fortemente che mi si accartocciassero le orecchie. Proprio la linea vocale è incerta, inconsistente, le parole sono fra il puerile e lo svogliato, è brutta brutta brutta.
Ma insomma, non tutto è orrendo; piuttosto, è che di bello non c’è niente.
Guizzi, zero. Novità, sorpresa, rottura degli schemi, zero. Anche quando abbozzi un verso di pallida protesta pari un pensionato che mugugna.
Da tempo non mi posso più dire tuo fan, e, invece che venir ad un tuo concerto preferisco fare un sudoku o guardare una replica del Dr. House, anche già vista: c’è più possibilità di essere sorpresi.
E fin qui, passi.

Passi anche sulla china di bavoso tampinatore di giovinette, al limite della pedofilia, sulla quale da tempo precipiti. Con le mie mani fra le gambe diventerai più grande è un verso che avresti potuto lasciare scrivere e interpretare a Califano. Fai schifetto, lasciatelo dire.
Sorvoliamo anche sulla tua conversione al bieco commerciale, tu che sembravi voler capovolgere il mondo. Mi canti come stai? Ti distingui dall’uomo comune, ti piace vivere come vuoi (anche questa, brutta brutta brutta) e poi te la vendi per i martellanti spot dei servizi e telefonini TIM, il prodotto più massificato e massificante che ci sia. Ma se un po’ di coerenza e buon gusto non te li concedi ora che sei stramilionario, quando te li concederai?
Ti concedo perfino, e lo faccio in nome dei vecchi tempi, quella furbata di spacciare, nella pratica, per tua una canzone (questa, sì, fresca e nuova: infatti non è tua), “Celebrate” degli An Emotional Fish, senza neppure prenderti la briga di inventare un testo, ma limitandoti a scimmiottare in italiano il suono delle parole originali, cosicché Celebrate: the party’s over - I’m going home diventa Sorridete: gli spari sopra - sono per voi.
E’ brutto, ma ci sta. Il gruppo qui era sconosciuto e tale sarebbe rimasto, hai fatto il furbetto ma hai cantato una bella canzone, te la concediamo.
Ma cazzo, “Creep” no. Creep non la dovevi toccare.
Vasco, ci sono cose sacre e Creep è una di queste.
E’ emozionante, unica, colpisce come un pugno ancora dopo la trecentesima volta che la senti. Io, nel mio piccolo, l’ho suonata per anni con la mia scalcagnata band di incapaci, la conosco battuta per battuta e ancora mi emoziona profondamente sentirla.
E’ un capolavoro.
Non si tocca, non si rifà, non è possibile migliorarla; se proprio proprio vuoi coprirti di ridicolo puoi farne una versione jazz, o rap, o melodica, e dire che l’hai interpretata, come ha fatto quel pirla di George Michael con Roxanne.
Se la ami, puoi darne una versione live accompagnata da un ukulele, stonando pure, come ha fatto quell’amabile pazza della cantante dei Dresden Dolls.
Ma rifarla con lo stesso stile e un arrangiamento simile, no, ma che ti è saltato in mente?
La tua versione è oggettivamente, francamente, senza appello brutta: riduttiva, anodina, svogliata.
E’ autentica come una tetta siliconata.
E’ emozionante come le e-mail che mi manda il mio commercialista.
E’ profonda come una pozzanghera.
E’ pietosa.
Vasco, lo riconosco, arrivo troppo tardi per impedirti quest’ultima brutta figura.
Ma per te, per quello che sei stato, per quello che noi abbiamo amato in te, ti prego: ritirati.
Fallo per noi.
Si uniscono all’appello (sempre per amore del Blasco):
PRECEDENTI CROCIATE:
§ La tuta.

(come direbbe Woody Allen se fosse nato lombardo.) *** Tutto ciò che ho detto, sentito dire, scritto e letto e che mi ha causato una qualsiasi forma di sorriso. By Xantro. *** (N.B. Questo blog non rappresenta una testata giornalistica in quanto viene aggiornato senza alcuna periodicità, poiché sono pigro. Non può pertanto considerarsi un prodotto editoriale ai sensi della legge n° 62 del 7/3/2001, che peraltro non conosco.)