CITARSI INDOSSO

mercoledì, 29 ottobre 2008

Come è stato che non hanno reintrodotto il Das

La signora Mariastella Gelmini di lavoro fa il ministro.
E’ mattina, le nove. Le telefona Giulio, un altro ministro, uno di quelli veri, però, che ha delle credenziali e che può prendere decisioni e non è lì a dire “signorsì”, a differenza di Mariastella.
Giulio le dice che deve tagliare. Mariastella sulle prime non capisce, Giulio le spiega che occorre fare una riforma; Mariastella questo se lo aspettava, sa che qualsiasi ministro dell’Istruzione nei primi mesi deve mettere giù una riforma: solo, si aspettava che le dessero istruzioni più dettagliate che “tagliare”.
 
Non fa niente. Mariastella finisce di caricare la lavastoviglie e si mette subito alla scrivania, al lavoro.
Impugna dati, innanzitutto: li confronta, li incrocia, li analizza; legge rapporti, ascolta i principali consiglieri e analisti, approfondisce. Mette giù una prima bozza di idee. Poi chiama esponenti del mondo scolastico, propone, si confronta, media e soppesa; la bozza si muta in progetto. Decide tagli mirati, prevede la loro ricaduta su qualità dell’istruzione, tempo pieno, organizzazione del lavoro degli insegnanti: confronta ipostesi, le seleziona, le affina. Infine convoca i sindacati, sente il loro parere, tratta, modifica dove la convincono che sia opportuno e si mostra ferma dove non la convincono. Ora il progetto è quasi definitivo: Mariastella si sveglia. Ha dormito con la testa sulla scrivania, ha un foglio appiccicato alla guancia; di tutto quello che ha sognato di fare non ricorda granché e sono già le undici e mezza.
 
Allora Mariastella spreme le meningi, si arrabatta, fa quello che può: si convince che per tagliare stipendi bisogna ridurre gli insegnanti. Immagina di licenziarli tutti, ma le appare subito un po’ radicale: mette via l’idea, potrebbe venire buona in seguito.
Poi si chiede qual è la cifra minima di insegnanti per classe, e le sovviene “uno”.
Entusiasta, telefona a Giulio.
-Signor Ministro, ci siamo; il maestro uno, che ne dice?
-Mariastella, ti ho già detto che non occorre che mi chiami Signor Ministro, sei ministro anche tu. E poi “maestro uno” fa schifo, meglio “solitario”, “monocratico”, inventa qualcosa di meglio. Comunque l’idea va bene, e il resto?
-Quale resto?
-Ma come, quale resto? Se la presentiamo così, la chiamano “tagli” invece che “riforma”. Santa pazienza, Mariastella, te lo vuoi guadagnare ‘sto stipendio o devo parlare con Brunetta? Eccheccazzi, Fatti venire in mente qualcos’altro e richiamami.
 
Mariastella è un tantino scoraggiata, ma si rimette al lavoro di buona volontà, questa volta passeggiando per la stanza, per non addormentarsi di nuovo.
Dopo un quarto d’ora richiama Giulio e gli propone: maestro unico, grembiule, voto in condotta, manipolazione del Das: dice che altro, della scuola che aveva fatto lei, non si ricorda.
Giulio le risponde che sì, a parte la cagata del Das può andare, tanto alla fine la faccia ce la mette lei, e le dà il numero di fax per mandargliela.
 
Mariastella è soddisfatta del proprio lavoro e contenta di avere il pomeriggio libero.
La riforma è fatta, è così semplice che non c’è niente da discutere: e comunque in Parlamento sa benissimo che, ponendo la fiducia, passerà senz’altro.
D’altra parte, se l’ha buttata giù in una mattinata, perché mai il Parlamento dovrebbe impegnare più tempo di così a discuterne?
 
[Dedicato a mia cognata Giulia e a tutti gli insegnanti che oggi sono a Roma a prendere pioggia e a urlare, inascoltati, il proprio malcontento e timore per un lavoro che amano.]

scritto da: Xantro alle ore 11:54 | link | commenti (6)
categorie: terra dei cachi, osservatorio sul berlusconi ter
martedì, 28 ottobre 2008

Michele in Tuscia (ovunque sia la Tuscia)

Michele, viaggio di lavoro in Tuscia
 
SMS del primo giorno:
E’ la mia prima volta in Tuscia; si tratta di zona a Nord di Roma. Nonostante sia a Nord non vi è nulla che ricordi le terre padane. Ho preso alloggio in un albergo a foggia di castello. Le camere han nome di nobili o di letterati; han cercato di appiopparmi "la Trilussa" ma a seguito di mia vibrata protesta mi è stata assegnata la "Alfieri". Ora sono al ristorante sul quale mi diffonderò domani. Due camei: tavolata mista russo/romana da 25 commensali produce più db di un Tupolev in decollo-il Maitre è un anziano tersicoreo che vanta spettacoli con Gianni Brezza. Dopo cena, e un buon Frascati, leggo a letto 3 pagine della Cognizione del dolore e dormo come un tatino. Domattina fresco, rasato, croccante e trifolato mi presento all'uffizio. Valete....
 
SMS del secondo giorno:
Il ristorante dell'albergo ove ho desinato ieri sera ha da sgomentare gli studiosi di fonologia; il rumore echeggia, rimbomba, si moltiplica, esplode e vi distrugge timpani e martelletti (oltre ai maroni). Ero l'unico ospite del locale assieme a tavolata russo/romana. Costoro nonostante le barriere linguistiche ed onomatopeiche (oltre ai suoni diversi gesticolano anche diversamente queste curiose popolazioni) si sono alquanto divertiti. Foto a nastro, brindisi farneticanti tradotti da un ex funzionario del KGB che sverna a Velletri. Segnalo cerimonia del fumo (tutti e 25 assieme sgomberavano nel dehor per fumare) attività che dava 10 minuti di requie al vostro Michele, svuotando in toto la salle à manger. Degno di nota romano agèè che chiedeva a tutte le ragazze russe (avvenenti) "aoh, ma tu che lavoro fffai?" è stato da me catalogato come ex dipendente del collocamento sezione Settebagni. Costui quando non compreso dalla sua interlocutrice ripeteva la frase alzando la voce. Alle 23 ha toccato un re bemolle e più tardi un sol (in falsetto) intonatissimi. Ho dormito con armadio contro porta, non si sa mai.

scritto da: Xantro alle ore 10:40 | link | commenti
categorie: sms michele
venerdì, 24 ottobre 2008

Intimo di Carinzia

Chi, come ogni tanto capita a me, si diletta di inventare e scrivere racconti, prima o poi deve porsi il problema della verosimiglianza. Per come la vedo io, è addirittura la linea di confine fra un buon autore e uno mediocre (a qualunque delle due categorie io appartenga), un requisito essenziale e imprescindibile (“sii innanzitutto onesto” consiglia Stephen King in On writing).
Stupisce sempre, a questo punto, che sia la cronaca a potere fare a meno di questo requisito essenziale.
 
Della morte di Jorg Haider (v. wikipedia), figlio della terra di Carinzia, un individuo la cui esistenza è stato per me fino ad oggi un privilegio potere ignorare, ci sarebbe poco da dire.
Chi pensa che, una volta morti, tutti abbiamo diritto a rispetto, considererà elegante tacere della bieca reazionarietà, del razzismo, dell’omofobia e della carica violenta ed eversiva delle parole e degli atti del defunto.
Chi invece –e chi legge questo blog può facilmente e senza tema di smentita catalogarmi fra questi- ritiene che un evento naturale e prevedibile come la morte non sia in questi casi una buona scusa per la pratica dell’ipocrisia né per la scelta dell’oblio che seppellisce qualunque nefandezza, può serenamente concludere “uno stronzo di meno, bona lé” e concedersi anche qualche greve battuta. Cosa che, nel caso del figuro appena scomparso, avrei comunque riservato al privato, proseguendo ad ignorarne –e per sfregio- l’indegna pubblica esistenza.
 
Ma, sentendo le ultime notizie, mi è impossibile ignorare i particolari, inverosimili come in un brutto romanzo, che emergono sugli ultimissimi atti di Jorg Haider.
Il parlamentare guidava un’auto sportiva a velocità folle, e fin qui mi fa sorridere, ma fa parte del personaggio.
L’uomo di destra –estrema destra- guidava ubriaco marcio, e qui mi si allarga il sorriso. Tuttavia, anche qui, chi come me è convinto che per quelli di estrema destra le continue invocazioni dell’ordine e della disciplina alla fine riguardino gli altri, la massa che deve obbedire e rigare dritta per garantire alle élite al comando il privilegio di fare i propri comodi (questo è il fascismo, altroché bonificare l’Agropontino), grandi motivi di stupore non ce ne sono.
Ma che il macho, l’omofobo, il difensore dei valori tradizionali, uscisse da un gay club (che non era andato a devastare, risulta) non riesce a non farmi ridere di gusto. E’ la fiera dell’ipocrisia, l’apoteosi della falsità delle figure mediatiche, il festival della faccia da culo.

Lo considero un regalo che la realtà mi fa, particolarmente prezioso perché che da nessuno scrittore sarei stato disposto ad accettarlo.

scritto da: Xantro alle ore 11:25 | link | commenti (7)
categorie: forse non tutti sanno che, pensa globale
giovedì, 23 ottobre 2008

Un passo alla volta.

Berlusconi decide di fare intervenire la polizia contro gli studenti che occupano le università, anche se la decisione spetterebbe al Ministro dell’Interno e anche se neppure nel ’68 si agì mai senza la richiesta del Rettore del caso. Ma lui ha detto che fornirà al Ministro “istruzioni dettagliate”, mica che decide lui!
(Sentitelo qui, prima che il bugiardo smentisca: una volta tanto, opportunamente, come notava Michele Serra).
 
Ai giornalisti, invece, rimprovera il modo in cui danno le notizie: troppo spazio alle proteste, diffondono ansia, “preoccupa il divorzio dei mezzi di comunicazione dalla realtà”. Bonario e paterno come un mammasantissima, ha aggiunto “salutatemi i vostri direttori e dite loro che saremmo molto preoccupati e indignati se la conferenza stampa di oggi non avesse seguito”. Non importa che abbia in mano l’informazione televisiva, vuole indicare i toni, le misure e magari anche i contenuti a quella parte della carta stampata che non controlla direttamente.
 
Chiariamo, Berlusconi non è e non vuole diventare il duce: però è chiaro che una mezza dittatura è quello che ha in mente. Poi, una volta realizzata, che si fa, si lasciano le cose a metà?

scritto da: Xantro alle ore 18:04 | link | commenti (9)
categorie: terra dei cachi, osservatorio sul berlusconi ter
martedì, 21 ottobre 2008

Street art (at Carugate Town)

L'amico Gigi il Ganassa, che nell'ambito dei commenti di questo blog spesso maltratto (ma nemmeno la metà di quanto meriterebbe), ancora una volta mi stupisce per la vastità dei campi in cui cazzeggia. Da un po' di tempo si è intrippato (Gigi o si intrippa o niente, è fatto così) di street art.

Di questo campo, va detto, come del resto di tutti gli altri campi artistici, non capisco una fava. So solo che quello che Giggino pubblica sul suo blog tendenzialmente mi piace, perché ci ritrovo la stessa immedatezza dei fumetti. Tenete presente che, con me, qualsiasi livello di astrazione superiore a Breccia e Moebius (sì, ok, anche Manara, ovvio) è sprecato e ottiene al massimo l'ottuso -huh?- di chi sta chiedendosi perché ci si debba sforzare a capire una cosa che fa ogni sforzo per non essere capita: tra parentesi la penso così anche sulla poesia tutta e su buona parte del teatro, ma non divaghiamo.
Invece, la street art nella ve
rsione giggesca perlomeno mi stimola a guardare un'opera per più di venti secondi, e per quanto mi riguarda non è poco.

Per questo motivo volentieri mi presto a propagandare la street art group exihbition (tradotto dall'inglese, "un gruppo di spostati che di star dentro a una tela manco ci pensa") che il Gigi e Tatiana allestiranno, cureranno o diosacosafaranno fra un mese a Carugate, hinterland milanese.
Gigi mi dice di confermare a lui per e-mail in caso di partecipazione al vernissage, presumendo che io sappia di cosa parla; chi l'avesse capito si regoli di conseguenza.

urbanpainting show 22nov08 it

Se riesco, io ci vado. Ci si può vedere lì.
Io sono quello che fa -huh?-


scritto da: Xantro alle ore 12:19 | link | commenti (6)
categorie: moi , blogosfera e dintorni
giovedì, 16 ottobre 2008

Quiz: quale dei tre?

Vediamo se siete attenti alla cronaca politica. Il materiale è di settimana scorsa.
 
Berlusconi ha superato se stesso paragonando il presidente georgiano Saakashvili a Saddam. Ho vomitato. Ieri sera ho ascoltato da Berlusconi parole terribili e inaccettabili che non avrei mai voluto ascoltare. Di questa storia ne ho abbastanza. Ciò che ho trovato più grave, inaccettabile e nauseante è stato il tono con cui Berlusconi ha ripetuto a megafono le storie della propaganda russa, dicendo che 'bisognava ad andare a prendere quello là, quel Saddam', intendendo il presidente Saakashvili. Mi fa schifo e non capisco l'allineamento col capo del Kgb al potere.
 
La frase è stata pronunciata da uno dei tre famosi Guzzanti, siete in grado di dire quale?
 
  1. Corrado in uno dei suoi sketch. Ha anche aggiunto che non sopporta Berrlusconi “per questo, questo e quest’altro motivo!”
  2. Sabina, che ha per un giorno preferito evitare di prendersela col papa, non perché non ne abbia coraggio o non ne veda motivo, ma perché non sopporta di essere perdonata da Alfano.
  3. Paolo, ingelosito (manco fosse la Carfagna) dal fatto che il Silvio ha un nuovo amichetto russo e si dimentica di quelli vecchi
Soluzione:
Si tratta di Paolo Guzzanti, forzitaliota entusiasta fino a ieri. Dovete capirlo, gli hanno appena tolto la scorta che gli avevano assegnato (per avere montato l’affare Mitrochkin, un capolavoro di falsi dossier contro Prodi che il KGB a confronto sono delle semplici portinaie pettegole). Ha quindi appena staccato la lingua dal culo di Berlusconi, dopo che ci era rimasta incollata per anni, e agitarla fa parte della terapia di riabilitazione per riacquistarne a pieno l’uso.

scritto da: Xantro alle ore 17:29 | link | commenti (7)
categorie: forse non tutti sanno che, terra dei cachi
lunedì, 13 ottobre 2008

La bolla immobiliare secondo Dave

Profeta millenarista, così Dave Barry descriveva, parlando ancora del 2007, la bolla della speculazione sui mutui subprime.

"C'è stato un forte ribasso del mercato, dovuto principalmente al fatto che per un decennio alla radio in uno spot si due c'era un tizio che tentava di vendere mutui a gente a cui chiaramente non andavano venduti (tipo: "non ti fanno credito? Sei disoccupato? Sei nel braccio della morte? Non c'è problema!"). La cosa è peggiorata fino al punto in cui se ti scappava di casa il cane ti tornava indietro con un mutuo. Ora questa bolla è scoppiata e i dirigenti, che hanno condotto a questo, hanno dovuto pagare il fio, secondo la ferrea legge di Wall Street, cioè sono stati forzati ad accettare buonuscite miliardarie."

Dave Barry, "History of the Millenium (so far)"


scritto da: Xantro alle ore 14:09 | link | commenti (2)
categorie: citazioni, fin ansia
venerdì, 10 ottobre 2008

Fuori l'autore!

Nel mezzo della crisi finanziaria, rischia di passare inosservata una notizia che invece qualche attenzione la meriterebbe.
Come ha scopeto e denunciato la Gabanelli (una domanda ai miei compatrioti: quanto durerebbe una simile benedetta rompicoglioni a Mediaset? Poco, vero? E allora, come mai vi fidate ancora del Tg5?) e ha ripreso e rilanciato Repubblica, nel decreto che salva Alitalia è stata inserito tramite emendamento una nuova norma di validità generale: gli amministratori che violano la legge commettendo reati che non portino al fallimento della società in cui lavoravano non sono perseguibili per quei reati.
Vi lascio il tempo per ripetere mentalmente ciò che avete appena letto, tornare a rileggere, rendervi conto. Fatto? Lo so, neppure io ci ho creduto subito, ma così è.
Tanzi? Libero.
Fiorani? Pulito.
Ricucci? Santo subito.
Se la società che hai rovinato –commettendo dei reati- per qualche motivo dovesse essere salvata, magari a spese di denaro pubblico, non fallisce, tu te ne vai con una pacca sulla spalla e uno sguardoi di rimprovero.
 
Oggi, Tremonti giura che se passa quell’emendamento lui si dimette, e Berlusconi dice che non ne sapeva nulla. Di Pietro dice che lui l’aveva denunciato, il PD dormiva ma ora insorge.
Probabilmente non passerà, e ci mancherebbe.
Resta il fatto che qualcuno ci ha provato.
 
Quel qualcuno, se vado a vedere, ha un nome che non ho mai sentito: Angelo Maria Cicolani. Però viene da un partito che ho già sentito nominare, Partito delle Libertà. Per aiutarvi a ricordare, è il partito che all’indomani del crac Parmalat ha depenalizzato il falso in bilancio, o che si è fermamente rifiutato di votare quella vergogna dell’indulto, almeno finché non vi hanno incluso la corruzione.
 
L’onorehehehevole (scusate, ironia insopprimibile) Cicolani vedrà fallire, grazie ad una giornalista che fa il suo mestiere, il proprio emendamento, smentito dai suoi stessi leader di partito. Resta da chiarire quale sarà il destino di chi l’ha proposto, domanda che ha a che fare con una questione che si chiama responsabilità.
Perché, delle due l’una: o il deputato in questione è un totale sprovveduto (io, in quanto maschio, ne porto due, di sprovveduti così: nelle mutande.)  che non si era reso conto che per parare il culo a Fantozzi in Alitalia-CAI avrebbe causato danni all’intero sistema della persecuzione delle malversazioni societarie (e mi pare che l’argomento sia piuttosto attuale); oppure era mosso da intenzioni tutt’altro che trasparenti, e mi pare solo peggio.
Tertium non datur.
 
In tutti e due i casi, una scarpata in culo è tutto quello che all’ono-sivabbe’ Cicolani spetterebbe. Qualcosa mi dice che invece rimarrà al suo posto, in Parlamento e nel partito.
 
Ci sarebbe, in democrazia, un altro modo di liberarsi di lui: non votarlo. Ma, col sistema attuale, che Berlusconi sta cercando di estendere alle elezioni europee, che non prevede preferenze ma liste chiuse, se ve lo trovate in lista non avete altra scelta che votarlo. Certo, se lo ripresentano: ma se l’hanno presentato una volta e non lo buttano fuori ora, mi sa che non è impossibile che ve lo ripropongano. Certo, si potrebbe votare un partito diverso, ma il Silvio è così irresistibile che come fai a negargli la soddisfazione di mettere in parlamento l’ennesimo losco figuro?
Angelo Maria Cicolani: ce lo segnamo, questo nome?

scritto da: Xantro alle ore 11:47 | link | commenti (3)
categorie: forse non tutti sanno che, terra dei cachi
mercoledì, 08 ottobre 2008

In memoria di un sorriso.

In questa pagina in alto lì, a destra, trovate scritto che questo blog è dedicato ad ogni tipo di sorriso. E’ un sorriso malinconico quello di cui voglio scrivere oggi, perché è dedicato ad una persona che non c’è più.
Perdonate l'insolito tono, ma si tratta, per me, di famiglia; sabato 23 agosto si è spento a Vancouver Giovanni Guerrato, classe 1925, quello che per me è sempre stato “zio Gianni del Canada”.
 
Ora, mi piacerebbe sapervi raccontare come faceva lui, col suo irresistibile humor e col suo travolgente ritmo, gli episodi che riguardavano la sua vita. Ma la distanza e gli anni che mi separano dall’ultima volta che ci siamo incontrati non mi lasciano altro che dei frammenti di racconti incompleti, approssimativi e privi della forza vitale che lui sapeva infondere loro, nel raccontarli.
 
Eppure, vorrei tanto sapervelo figurare giovane e un po’ balordo, fra i più giovani di una nidiata di numerosi fratelli in una di quelle famiglie di Badia Polesine (in provincia di Rovigo, zona al tempo poverissima), magari mentre passeggia in una cella in questura, in compagnia di altri giovinastri della zona, dopo essere stato sorpreso a rubare delle angurie. Attendeva l’arrivo del padre, convocato dai carabinieri per riprendersi il figlio; così, quando dalla strada Gianni udì la voce del genitore che lo chiamava “Gianni? Sito lì?” lui rispose entusiasta “Son qui, papà!”, per sentirsi rispondere: “Alora STAGGHE!” [Per i non-veneti: “restaci!”]
 
Oppure mi piacerebbe sapervi ripetere l’epico ed appassionante racconto del suo ritorno, alla fine della guerra, a piedi dal campo di lavoro in Polonia in cui i nazisti l’avevano rinchiuso. In compagnia del fratello e di una ventina di altri disgraziati, decise di fuggire perché il fratello “aveva sognato che la madre li voleva a casa per il proprio compleanno”. Cosa che dio sa come riuscirono a fare, anche se giunsero a casa solo in tre.
 
Dei racconti del dopoguerra so solo che per un po’ fece del contrabbando di generi alimentari in zona comasca; il questore sapeva e chiudeva un occhio, mi disse, ma alla condizione che lo informassero su eventuali traffici di armi, in cui zio Gianni non si imbatté mai, né me lo posso immaginare a fare un simile commercio.
 
Perché zio Gianni, anche se si trovò a vivere la propria giovinezza in tempi difficili se non disperati, e anche se dovette ricorrere a espedienti per riuscire a mettere insieme i pranzo con la cena, veniva da una famiglia onesta ed era onesto dentro: una vita da delinquente non era il suo destino.
Dovette rendersene conto a Milano, dalle parti di piazza Duomo, quando si fece sorprendere con un complice a taccheggiare –anche allora, per bisogno- in un negozio; mi raccontò che il proprietario li prese in consegna minacciandoli con un’arma, ma prima di chiamare la forza pubblica stette ad ascoltare le ragioni dei due colpevoli (e con la parlantina e la passionalità di zio Gianni, posso solo figurarmi lo strazio di quelle ragioni): fatto sta che il negoziante decise di lasciare andare i due, con la promessa che avrebbero cambiato vita. E mi piace ricordare come, nel farmi questo racconto, zio Gianni mai si dimenticasse di ringraziare di cuore quel negoziante.
 
Zio Gianni era pieno di iniziativa, e coraggioso: scelse il Canada –un paese giovane come era lui al tempo- come terra per il proprio futuro, e lì visse il resto della sua vita.
Qui la sua storia diventa quella della mia famiglia materna, perché sposò mia zia Anna, anche lei di Badia Polesine. E’ sempre stato uno spasso vederli insieme, lei così educata e quasi rigida e lui sempre sopra le righe, intemperante e irresistibile nella contagiosità della sua allegria. Tanto, che dopo anni di racconti e barzellette sentiti cento volte, anche a zia Anna bastavano pochi minuti per sciogliersi, e per farsi trascinare dalle parole dello zio come fosse stata la prima volta –ogni volta- che le sentiva.
E poi gli zii ci hanno donato una cugina, Gabriella, adottandola da bambina: Lella ha sangue nativo americano, anzi canadese. Ho una cugina della tribù dei Piedi Neri, mi divertivo a dire quand’ero bambino.
 
E’ difficile dare un’idea di quanto fosse divertente, lo zio Gianni.
Potrei raccontarvi che lui, magro come un chiodo tutta la vita, aveva uno sterno incassato nel quale da ragazzino mi divertivo a inserire il pugno: al vicino di casa polacco fece sempre credere che era perché in guerra un frammento di una granata lo aveva colpito e non era stato mai possibile estrarlo. Lo faceva toccare e quello era convinto di sentire il frammento di granata e rimaneva attonito e commosso alla disgrazia del vicino, mente lo zio correva a casa a spatasciarsi dalle risate.
Oppure potrei descrivervi l’episodio in cui zio Gianni venne fermato da due poliziotti per la sua sconsiderata guida italica –che praticò tutta la vita- e con la propria parlantina e verve riuscì a portarseli a casa a cena, a rimpinzarli e ubriacarli, chiamandone uno per tutta la sera “porzèo” (porcello) e ridendo con lui fino a fare dimenticare loro la multa.
 
Ah, già. Perché un’altra cosa che va detta è che zio Gianni passò quasi tutta la sua vita in Canada parlando un inglese poco più che stentato, spassoso e sgrammaticato, con un accento neppure italiano, addirittura veneto.
Quando rispondeva ad una commessa che gli aveva chiesto, come di rito, se potesse aiutarlo, lui rispondeva “yes, love” : inglesi le parole, ma di dolcezza e cortesia italica la pronuncia, l’intonazione suadente e il calore.
 
Potrei ricordarlo come fa mio padre, che, pure essendo Gianni per lui un parente acquisito, gli era affezionato più di quanto non fosse affezionato ad altri suoi parenti. Così descrive come lo incontrò: “Mia moglie mi aveva parlato in lungo e in largo di questo suo cognato, di quanto fosse simpatico e alla mano. Lo invitammo a cena una sera durante una sua visita in Italia; giocava la nazionale di calcio, quella sera; lui si presentò brevemente, mi domandò se si poteva vedere la partita, si piazzò di fronte alla nostra tv e –commenti sulla partita a parte- quasi non profferì parola. Io guardavo Marisa e di nascosto le dicevo “bal cafone, tuo cognato”. Poi la partita finì, lui spense la tv, mi guardò come se mi fossi materializzato in quel momento e mi disse: “tu sei Umberto, giusto? Adesso parliamo un po’”. Alle due di notte lo spingevo letteralmente fuori di casa perché ero esausto e, dal gran ridere, mi faceva male tutta la pancia.
 
Oppure potrei ricordare di quella volta in Canada a casa sua in cui io, adolescente dall’appetito insaziabile, chiesi un quarto piatto di pasta e fagioli e per tutta risposta lui pose in terra la pentola, mi afferrò e fece il gesto di infilarmici letteralmente dentro i piedi “te piase? T’in voto ancora? Toh, la pasta!”. Ridevo tanto da non riuscire neppure a impedirglielo e mi ci infilò davvero, in piedi, nella pasta e fagioli.
 
Chiamava tutti “Teresa”, indistintamente donne e uomini. Se davvero ti era affezionato, allora ti regalava l’appellativo di “papavaro” (papavero), e io mi onoro di avere avuto diritto da sempre a questo privilegio.
 
Talvolta, si faceva serio e si accostava, oppure ti faceva cenno di avvicinarti come dovesse confidarti qualcosa: invariabilmente, sempre fissandoti, ti dava un leggero colpetto, da sotto, ai testicoli, facendoti sobbalzare, poi rideva e ti lasciava lì a chiederti come ci fossi cascato ancora una volta.
Aveva una comica propensione alla flatulenza, e mai si dimenticava di salutare il proprio o l’altrui atto con “aah, buonasera, signora!” Una volta che seppi dimostrarmi degno allievo di tanta –ehm- arte mi guardò e commentò : “con questa voce, se ti veto a Modena a chiedere la carità… seto quante bote che te ciapito?” […sai quante botte prendi?]
 
Oppure, verso fine cena, amava accostarsi, chiamandoti per nome e fissandoti negli occhi come se avessi qualcosa di fondamentale da dirti: poco prima, aveva tenuto il cucchiaino nel caffè appena fatto fino a scaldarlo. Avvicinandoti, e senza mai interrompere il contatto oculare, ti appoggiava con noncuranza e delicatezza il cucchiaino caldissimo sulla mano o sull’avambraccio.
Andava così:
Sandro, g’ho una cossa da dirte
“Sì, zio, dimmi.”
Ti voto sapere cossa?”
“Certo, cosaAAAAAH!!!!”
Tutte, tutte, tutte le volte, ci cascavo.
 
E poi, lo zio non era solo divertente: era anche sveglio e attivo, senza far niente non sapeva stare. Viaggiando (mai come turista: zio Gianni tornava a casa, tutte le volte) in Italia negli anni ’80, scoprì la rucola come ingrediente; era l’Italia craxiana, per qualche motivo la rucola era stata riscoperta e valorizzata, mentre quando lui era partito era solo un’erba troppo amara per aggiungerla all’altra insalata.
Lui ne importò in Canada illegalmente dei semi, ne coltivò un poco e fece il giro dei ristoranti italiani di Vancouver in cui –manco a dirlo- lui era di casa. Ne suggerì l’uso e ne regalò dei mazzetti; lo richiamarono per chiedergli se ne avesse ancora, lui convinse dei vicini e amici a coltivarne, assicurando loro lo smercio e la distribuzione. In poco tempo ne fece la propria attività commerciale e ci integrava la pensione da sessantenne; diceva di se stesso “I’m the rucola boy”.
 
La malattia che se l’è portato via non è riuscita, neppure nella sua ultima fase, a farlo rinunciare al piacere della battuta. Mi racconta zia Anna che, a uno dei tanti amici, che erano venuto a trovarlo al capezzale del suo ultimo letto, che gli chiedeva come fosse il cibo dell’ospedale, abbia risposto: “Eh beh… un pocheto meio dea merda.”
 
Non so se i frammenti che sono in grado di mettere insieme vi possono dare l’idea della umana vitalità dello zio.
Davvero, vorrei essere in grado di comunicarvi l’emozione che ogni volta che ci si accomiatava sapeva trasmettermi; perché zio Gianni non salutava mai senza prenderti le mani fra le sue e, stringendo, dirti “grazie, sai, caro?” E tu, che non avevi fatto altro che godere la sua compagnia, rimanevi per un attimo un po’ stupito a chiederti per cosa ti ringraziasse. Erano i suoi occhi, così spesso commossi, a dirti che ti era grato semplicemente per essere parte della sua vita, che era contento di vivere e di condividere.
Così era lui, che oggi saluto con un sorriso, e che mi piace pensare possa sentirmi ora che vorrei rispondergli, una volta per tutte le volte che non l’ho fatto, “ma di cosa, Gianni? Grazie a te.”
 
Ci sono sorrisi che ci mettono molto tempo a spegnersi, perché qualcuno li ricorda, li rievoca, li diffonde. Se per caso, leggendo queste righe, vi è capitato di sorridere, allora vuol dire che in qualche modo  anche voi -anche solo virtualmente- avete avuto la fortuna di incontrare quel papavaro di zio Gianni.

scritto da: Xantro alle ore 22:24 | link | commenti (8)
categorie: moi
giovedì, 02 ottobre 2008

Ricordatevene per natale.

Dopo averne ammirato l'ascesa, soppesato l'originale gusto, visti numerosi spot televisivi e servizi sui giornali di moda (dio che amore quegli slip con gli inserti di pelle di coniglio!), ho deciso: voglio una pelliccia di Dolce e Gabbana.
Quindi, se qualcuno me li scuoia, per le cuciture poi faccio io.
Grazie.


scritto da: Xantro alle ore 23:15 | link | commenti (6)
categorie:

(come direbbe Woody Allen se fosse nato lombardo.) *** Tutto ciò che ho detto, sentito dire, scritto e letto e che mi ha causato una qualsiasi forma di sorriso. By Xantro. *** (N.B. Questo blog non rappresenta una testata giornalistica in quanto viene aggiornato senza alcuna periodicità, poiché sono pigro. Non può pertanto considerarsi un prodotto editoriale ai sensi della legge n° 62 del 7/3/2001, che peraltro non conosco.)

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Preferisco citare o raccontare, che dirvi di me. Ma se sapete leggere fra le righe il blog è lì anche per quello.

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